Stefano Magon

Stefano Magon

Nome: Stefano/Steve Magon

Vengo da: Saronno

Sono nato nel: 1979

Sesso: M

Segni distintivi: Acalasico

 

Una mattina del lontano 1995 mi svegliai, come tutte le mattine, intorno alle 07:30. Ancora a luce spenta frugai nell’armadio alla ricerca di un paio di jeans e di una delle mie felpe preferite, mutande e calzini puliti e stirati da mamma. Appoggiai tutto sulla sedia in cucina e mi buttai nella doccia. Come tutte le mattine, accendevo l’acqua calda e solo a fine doccia rimanevo qualche secondo sotto l’acqua ghiacciata per liberarmi del torpore mattutino. Nel frattempo mia madre era dedita a prepararmi la colazione: latte caldo, caffè e cornetto alla crema al fornetto.

La raggiunsi con il sorriso e la spensieratezza di sempre di chi ha 16 anni e nulla a cui pensare, se non rimediare qualche 6 a scuola con il minimo sforzo e massivo risultato (per modo di dire ovviamente!)!!! Mi vestii velocemente e presi a sorseggiare un poco di latte. Addentai come sempre il mio cornetto caldo, inconscio di quello che da lì a poco avrei realizzato. Masticai sommariamente e poi mandai giù il boccone. Provai una strana sensazione: avevo l’impressione che il cibo non fosse completamente sceso.

Per qualche secondo rimasi impalato guardando mia madre. Lei mi chiese subito se ci fosse qualcosa che non andava: “ Che c’è? non ti piace il cornetto?”. Risposi che era tutto ok, che era buono come sempre. Continuai a mangiare ma c’era qualcosa che meccanicamente non funzionava: sentivo il bolo non defluire regolarmente, sentivo il cibo come in gola, come se restasse in superficie. Bevvi un po’ di latte, il cibo scese e provai un certo sollievo!

Salutai mia madre con un bacio, presi la cartella di corsa e senza nemmeno controllare se i libri fossero quelli giusti uscii di casa. In sottofondo ancora l’eco di tutte le raccomandazioni di mia madre, che mai ascoltavo! Quella mattina a scuola c’era la verifica di matematica e ovviamente avevo studiato nulla o poco. Frequentavo la III ragioneria, corso sperimentale IGEA, in una classe abbastanza dura e competitiva. A quei tempi la mia materia preferita era Storia, grazie alla mia Prof. preferita. Odiavo stare seduto sui banchi di scuola e su quelle sedie da inferno, non riuscivo mai a stare fermo. Mi ero quasi scordato dell’accadimento del mattino, a cui non avevo dato peso, o avevo semplicemente cercato di rimuovere. Quando suonò la campanella dell’intervallo consegnai subito il compito in classe (incurante del possibile voto) e mi fiondai ai distributori di merende: per me la focaccia fresca e ripiena era un rito immancabile! Presi la mia solita focaccia, la aggredii con la foga di un ragazzo adolescente affamato e… ben presto mi resi conto che la focaccia non scendeva. Quando la finii avevo gli occhi lucidi per lo sforzo nel deglutirla. Mi resi subito conto che qualcosa dentro di me era cambiato. Non avevo mai sentito parlare nessuno di un problema simile. Sinceramente ero un po’ in panico. Congedai velocemente i mie compagni e corsi in bagno per attaccarmi al rubinetto di acqua corrente. Bevvi intensamente per qualche secondo, finalmente sentii la focaccia scendere e rompere la barriera, però mi chiedevo di quale barriera si trattasse, che cosa mi rendesse le cose difficili. Da allora tutti i giorni erano uguali: mangiavo e a un certo punto mi sentivo ostruito, bevevo anche poco e il cibo scendeva. Con il passare dei mesi la situazione peggiorava. Avevo bisogno sempre più acqua per ingoiare soprattutto i cibi più secchi (pasta, pizza, focacce, cornetti) insomma tutto quanto di cui ero ghiotto! In quel periodo poi mi ero anche innamorato di una compagna di classe, ma ero poco corrisposto e la cosa mi pesava emotivamente.

Decido a questo punto di parlarne in famiglia. Dico che non sto bene e che il cibo non scende più come dovrebbe. Dico che mi si ferma non so bene dove, ma mi si ferma e non solo ho la sensazione che anche una volta sceso, mi torni in gola. I miei genitori faticano a credere a quanto dico. Mi dicono che devo stare più tranquillo e che dovrei smettere di pensare insistentemente a Paola (la mia compagna). Mi dicono che probabilmente sto somatizzando e reagendo a questa condizione.

Faccio finta di convincermene, li ascolto e tento di vedere se le cose migliorano… ma secondo voi?

Le cose continuano a peggiorare, lentamente.

Torno a parlarne a casa, riferisco loro che i miei sintomi peggiorano e tra l’altro che di notte inizio ad avere un sapore strano in bocca, e che al risveglio ho come la gola in fiamme. Ebbene sì, il reflusso gastrico inizia a fare il suo decorso. Solo ora inizio a collegare gli strani sintomi di dolori retrosternali che ho accusato prima delle faticose deglutizioni. Dopo quei dolori iniziarono tutti i miei problemi. A casa insisto, ripeto che non posso più mangiare senza bere e anche a bere in quantità ingenti per rompere le chiuse della mia diga interiore.

Mio padre Leonio, soprannominato Leo ‘o nano per la sua statura, comprende che non sto scherzando e decide di portarmi dal medico di famiglia. Siamo ormai credo già nel lontano ’96 o fine ’95. Riferisco al medico i miei sintomi. Mi visita, mi guarda gli occhi, mi sente il battito, mi ascolta i polmoni, mi guarda in gola, mi controlla i riflessi, insomma visita ordinaria come la si faceva una volta dal medico di base. A un certo punto mi sento dire: “A Stè… tu sei sano come un pesce! Non farci perdere tempo. Il tuo babbo ha perso una giornata di lavoro portandoti qua!”.

Malgrado la mia innocenza tra me, penso che costui non potrà mai aiutarmi. Io SO che dentro di me è cambiato qualcosa, e lo SO da subito. Passano ancora mesi e continuo a peggiorare. A casa dico che non sopporto più il mio stato d’animo e di salute, mi sto chiudendo sempre più nel mio pensiero costante: riuscire a mangiare normalmente.        Torno dal dottore ma questa volta prendo coraggio e ci vado da solo, anche per non far impensierire i miei familiari. Riporto nuovamente i miei sintomi. Lui mi visita come al solito e anche questa volta mi dice:”Stefano, non vorrei essere così franco con te, ma io non ho mai visto uno più sano di te. Hai un battito perfetto, una respirazione perfetta”. Poi esordisce dicendomi: “Probabilmente sei un po’ stressato, forse un po’ esaurito. L’anoressia non è una cosa da sottovalutare”. Io semplicemente rispondo che ho tanta voglia di mangiare normalmente. Lui mi ascolta e intanto mi compila una ricetta con delle gocce, forse dei tranquillanti. Il dottore chiama a casa in serata e racconta della mia visita. Riporta che forse avrei bisogno di un supporto psicologico. Intanto la mia sensazione di acido in gola aumenta, e anche i dolori retrosternali diventano sempre più frequenti e incessanti. A volte mi prendono nel pieno delle lezioni, devo uscire prendere aria, abbandonare sempre più di frequente, la classe e stirarmi come un serpente, prendere respiri profondi per placare i dolori, ma a volte non basta, durano ore e ore.

Ricordo che un giorno, dalla rabbia, uscì dalla classe, mi chiusi in bagno e iniziai a piangere.

Quando i dolori sopraggiungevano a casa mi sdraiavo con un cuscino dietro, inarcando la schiena, e sembrava esserci un vago sollievo. Siamo circa alla fine del ’96, è passato quasi un anno e mezzo dai primi sintomi e nessuno è in grado di aiutarmi. Nessuno sembra ascoltarmi veramente.

Sono mesi che mi rifilano inutili gocce tranquillanti che mi fanno sentire sempre più stanco e amorfo. Decido quindi di tornare dal medico di base. Questa volta però non ci sto. :”Dottore, io non mangio e non mangio perché qualcosa è cambiato dentro di me. Ho qualcosa che mi blocca meccanicamente la normale discesa del cibo.”. Vedo che mi fissa attentamente e ancora prova a parlare, ma io lo interrompo: “No dottore, Lei non ha capito. Io non sono stressato né depresso, ma se continuo di questo passo lo diventerò come conseguenza. Lei mi deve dire che cosa ho, ha capito? Oppure mi deve far visitare da qualcuno che ne sa più di Lei!”. Lui rimane incredulo per la mia fermezza, prende carta e penna, mi guarda ancora. Io non distolgo lo sguardo dal suo. Inizia a scrivere, alzando lo sguardo e interrompendosi diverse volte:

SI PRESCRIVE VISITA SPECIALISTICA GASTROENTEROLOGO

SI PRESCRIVE VISITA SPECIALISTICA OTTORINOLARINGOIATRA

SI PRESCRIVE ESAME DEL SANGUE SPECIFICO (con qualche sigla strana)

Prima di consegnarmele mi guarda ancora e mi chiede: “Stefano, davvero stai così? Non riesco a capire cosa tu possa avere ma sono preoccupato. Solo ora capisco dal tuo sguardo e dalla tua determinazione che c’è davvero qualcosa che non va”.

A distanza di due mesi dalla prescrizione del mio medico di base arriva il giorno della visita gastroenterologica. Lo specialista mi visita, mi chiede di dettagliare tutti i sintomi, si raccomanda di non escludere nulla. Inizio a spiegare. Mi lascia parlare per 15 minuti. Io gesticolo mentre spiego, sono nervoso, non è la prima volta che tento di spiegare. Lo specialista dice un po’ sottovoce “Ok, è tutto chiaro”. Mi chiede se ho avuto un trauma, un evento inaspettato che ha cambiato il mio umore di recente. Mia madre bonariamente interviene e dice “Sa dottore, ha una ragazzina che….”, ovviamente pensando di farmi del bene. Lei aveva più paura di me, vedevo la preoccupazione incalzante nei suoi occhi e anche di mio padre. Rispondo al medico che qualsiasi cosa o evento emotivo non poteva giustificare il mio stato, e di essere certo di essere colpito da qualcosa d’improvviso. Lui consiglia ai miei genitori un consulto medico pschiatrico, ma a scanso di equivoci mi prescrive un RX con pasto baritato e una gastroscopia endoscopica (la prima di molte altre).

A distanza di un mese dalla visita specialistica effettuo il primo pasto baritato. Il Bario fa veramente fatica a scendere, ma poi bevendo passa, insieme ai miei sospiri di sollievo. Quella è davvero una porcheria da bere! Nel frattempo faccio anche la visita dall’otorinolaringoiatra. Anche qui spiego i sintomi e poi mi effettua una spettroscopia nasale. Il medico è uno dei migliori otorinolaringoiatri in circolazione, oltre che un chirurgo mini invasivo. Riferisce a mio padre che esiste una malattia rarissima chiamata Acalasia, che è associabile ai sintomi di suo figlio. Rimango impietrito. Anche mio padre rimane in silenzio per qualche secondo. Gli chiede meglio di che si tratta e lui spiega che le cause della malattia non sono note e pochissimi medici la conoscono; gli effetti sono la graduale perdita di motilità del muscolo esofageo sino in alcuni casi alla perdita totale, e quindi l’incapacità totale di alimentarsi spontaneamente. Mio padre chiede se esistono cure, lui risponde che non è la sua materia, meglio riferire a un gastroenterologo specializzato. Arriva l’esito della RX: si descrive un esofago lievemente ingrossato all’apice e cita lontanissimo e remoto sospetto di Acalasia esofagea. È la seconda volta che ne sentiamo parlare.

Si consiglia indagine endoscopica con biopsia per escludere lesioni cellulari.

Mio padre chiede chiarimenti, soprattutto cosa si intenda per lesioni cellulari. Il medico risponde che il primo passo è escludere la possibilità di un carcinoma (un cancro). Mio padre perde il sorriso sino all’endoscopia, non parla più, a casa nessuno parla, mi sento fissare a colazione, a cena, a letto. Tutti continuano a dirmi che devo sforzarmi di mangiare, io lascio sempre il piatto semipieno e la bottiglia d’acqua vuota. Per mangiare un piatto di pasta bevo un litro e mezzo di acqua e non sempre il cibo scende subito, resta lì a sedimentare nel mio esofago che è diventato un secondo stomaco. Effettuo la prima gastro. Per fortuna gli esiti escludo qualsiasi forma tumorale. Si esclude qualsiasi forma di tumore e si smentisce anche il sospetto di Acalasia. Tutto regolare insomma. Stefano, ricomincia pure a prendere le gocce! In più, mi prescrivono un farmaco che mi dicono aiuti a stimolare la motilità esofagea. Dal ’97 al ’98 è un continuo susseguirsi di gastroscopie con biopsia (credo almeno una decina). La disfagia è diventata invadente, incessante, inizio ad avere problemi di digestione, ho un peso fisico costante, sono sempre più affannato e mangio sempre meno. Quando sono fuori con gli amici non mangio mai, mi vergogno delle gestazioni e contorsioni per ingoiare. Divento sempre rosso quando deglutisco e mi lacrimano gli occhi. Bevo tantissimo ma ho un sacco di ritorno di acido.

Arriva il tempo degli esami di maturità, come tutti sono un po’ preoccupato, solo che gli altri già festeggiano il diploma e il loro futuro, io invece inizio a pensare che di futuro ce ne sarà poco per me. Nel ’99 arriva il momento di un altro pasto baritato: l’RX indica la presenza di megaesofago, si consiglia ulteriore indagine endoscopica. Effettuo l’ennesima gastro, da sveglio. Questa volta è dolorosissima. Quando mi estraggono l’apparecchio endoscopico esce parecchio sangue. Il gastroenterologo consiglia di continuare con il farmaco e me ne aumenta la dose.. Dice che non ci sono lesioni, tutto a posto (probabilmente le lesioni me le avrà fatte lui con l’endoscopia!)! Inizio ad avere il rifiuto totale dei medici, soprattutto degli endoscopisti.

Sono rassegnato, stanco e – scusate la parola – anche incazzato.

Nel corso del ’99 effettuo un corso post-diploma in economia e finanza. A dicembre parto per il Trentino per fare una stagione come cameriere nell’albergo di amici di famiglia. Lavoro duramente, anche se sono sempre molto giù di corda. A fine stagione le mie condizioni sono pessime, peggiorate dal duro lavoro e dalla lontananza da casa di oltre 4 mesi. Quando torno a casa ricevo una chiamata da una multinazionale, mi cercano per un colloquio. La mansione è auditor e ispezioni di magazzino. Inizio un lavoro serio e stabile. Dopo poco mi iscrivo all’università serale.

Mio padre era in pensione da due anni. Dopo due mesi gli diagnosticano il cancro. Morirà 31/12/2001.

Abbandono l’università per sostenere economicamente la mia famiglia. La mia vita cambia pesantemente. Mi faccio carico di molte cose a casa e divento un po’ il padre di famiglia. Mio fratello soffre per la perdita di mio padre, è chiaramente depresso e non segue più i corsi universitari. Si lascia anche con la sua ragazza di allora. Io mi faccio forza e vado avanti. Il lavoro mi aiuta a svagarmi. Conosco una ragazza molto interessante. Ci frequentiamo, poi scoppia l’amore. Siamo a inizi 2002. D’estate andiamo in vacanza in Grecia: Sntorini, Naxos, Paros, Mikonos. Viaggio romantico. Lei sa che non sto bene, ma cerca sempre di tirarmi su il morale con la sua solarità. Passiamo insieme un anno bellissimo, pieno di emozioni, aspettando la prossima estate e le nuove vacanze. La mia disfagia nel frattempo si fa imponente, oserei dire anche violenta. Bevo tantissima acqua per deglutire e a volte mi torna su la pressione insieme a rimasugli di cibo. Mi esce anche l’acqua dal naso talvolta. Sono stremato e provato.

Da qualche anno mia cugina Veronica lavora in una delle cliniche più avanzate di Milano. Mia madre la contatta e le dice “Sai Veronica che Stefano continua a perdere peso e non riesce più a mangiare?”. Very le dice che c’è un ottimo reparto di gastroenterologia, con grandi ricercatori e chirurghi, e le dice di programmare una visita. Da lì in avanti, nel giro di pochi mesi, perdo oltre 10 kg. Arrivo a 65 kg. (sono alto 1,85). Ignoro la proposta di mia madre, malgrado le mie condizioni, e inizio a documentarmi in internet sui miei sintomi; collegato a disfagia, trovo rapporti sull’Acalasia. Sono convinto al 100% di esserne affetto, e anche gravemente. Le dico “Vado in vacanza e poi ci penseremo.”. Continuo a perdere peso ma parto per la Turchia (sono 62 kg. pesato in aeroporto). Lì peggioro ancora. Riesco solo a mangiare gelato, bevendo una montagna di acqua. Riesco comunque a trovare la forza per divertirmi, e conosciamo una coppia di amici affiatata. Cerco di essere spensierato con la mia ragazza, malgrado sia terrorizzato. Sono incline a pensare drammaticamente che sarà la mia ultima vacanza. Torno dalle vacanze che peso meno di 60 Kg. Una vera silhouette!!!

Qualche mese dopo le vacanze, la mia ragazza riceve un’offerta di lavoro per fare l’hostess per la Lauda Airlines, tratte intercontinentali. Parte, è entusiasta. Lo sono anch’io per lei, inconsapevole che sarebbe stata la fine del nostro rapporto. Lei mi accompagna dallo specialista dicendomi che mi sarà sempre vicina. Io sono ormai uno scheletro. Quando mi presento dal gastroenterologo (una bella dottoressa giovane) peso all’incirca 58 Kg. Mi fa poche domande ma mirate: mi chiede quanti Kg ho perso e perché ho fatto tutte quelle gastroscopie. Seccato dalla domanda, le rispondo che i medici me le hanno prescritte. Le chiedo: “Lei quali esami mi vuol far fare?”. Mi risponde con fermezza: “Solamente due: una manometria e una RX pasto baritato”. La guardo come fosse un marziano e le dico: “L’RX la conosco, ma cos’è la manometria?”. Lei mi risponde: “L’unico esame che possa confermare che Lei è acalasico”. Continua: “Vedendo le lastre del ’95 – ’96, sembrava già esserne affetto allora.”. Le chiedo: “Se Lei è così sicura, perché gli altri medici non lo erano?”.

Silenzio totale. Poi inizia: “La sua è una malattia molto rara, di cui non se ne conoscono le cause. Solo in questi ultimissimi anni si è sviluppata una coscienza e si è iniziata la sperimentazione, dilatazioni e interventi in miotomia mini-invasiva e in poche strutture in Italia.”. Le chiedo se nelle condizioni in cui sono corro un rischio. Mi risponde che visibilmente sono debilitato, e che dovranno fare ulteriori accertamenti. Probabilmente dopo gli esami dovranno ricoverarmi. Mi tocca sotto il collo e mi dice che il mio stadio di malattia ha portato il sistema immunitario a reagire: ho i linfonodi cervicali ingrossati. Mi dice anche che bisogna fare in fretta. Passa un mese, faccio la manometria, confermano immediatamente la diagnosi. Il mio esofago è completamente morto. Motilità zero, nessuna peristalsi. Il verdetto è Acalasia in severo stadio di avanzamento. Necessaria indagine RX + bario.

Passa ancora un altro mese, e siamo a dicembre. Mi reco in ospedale con mio fratello per effettuare l’RX. Peso 55 kg. Mi spoglio. La dottoressa scruta lo scheletro davanti a lei, guarda la documentazione dell’ultimo gastroenterologo, prima di avviare il macchinario si avvicina e mi chiede se ho freddo. Mi prende la mano e mi chiede se ho paura. Poi mi lascia un flacone di quell’orrenda pappetta bianca. Scuoto semplicemente la testa. Mi chiede: “Ma come ti hanno ridotto ?!”. Non so cosa rispondere. La guardo mentre si allontana. Inizia con gli strumenti e mi chiede di bere ¼ del flacone di bario. Lo ingerisco ma ho subito la sensazione che non scenderà. Aspetta 5 minuti, poi mi dice di berne un altro 1/4. Le dico che il ¼ precedente non mi è ancora sceso e che mi dà fastidio. Insiste, mi dice che ne devo bere ancora. Intanto gira la piattaforma e mi guarda l’esofago in ogni posizione. Bevo il ¼. Mi sento sempre più ostruito. Non scende. È tutto là. Mi dice di insistere, di tentare la deglutizione, di inarcare la schiena il più possibile, ché questo dovrebbe aiutarmi. Le dico che non scende. Mi dice: “Ok, ora prova a bere tutto di filato la rimanenza. Aumentando la massa immessa dovrebbe scendere.”. Parzialmente aveva ragione, parte del bario passa e lei riesce a completare lo stupido esame. Ma il bario è probabilmente sceso nello stomaco solo per una piccola quantità. Spegne le macchine e si avvicina a me. Mi chiede come sto. Io ho gli occhi gonfi, non riesco a parlare, mi viene il rigurgito, faccio fatica a respirare. Mi fa accomodare in una saletta vicina, mi fa attendere e mi suggerisce di continuare a tentare la deglutizione. Mi porta una bottiglietta di acqua, mi dice di sorseggiarla lentamente per evitare che il bario rimanga depositato. Sì, perché l’amara verità è che il bario solidifica. Rimango lì per un’altra ora e sto sempre peggio. Torna la dottoressa, mi chiede come va e io immagino d’aver avuto la faccia viola per le difficoltà respiratorie. Rispondo “Male, ma pian piano scenderà. Vado a casa, bevo qualcosa di caldo e defluirà da sé.”. Questo è stato il mio più grave errore in tutta la mia carriera da acalasico. Esco, trovo mio fratello ad aspettarmi, mi chiede “Allora?”. Non gli rispondo abbasso la testa. Durante il viaggio lui parla continuamente e io difficilmente rispondo, al massimo faccio un cenno con la testa. Sono troppo concentrato a tentare di mandar giù quella pappetta malefica. Inizio a perdere saliva in macchina, mi sporco tutto il giubbotto.

Questa volta rispondo: “Fabrizio, il bario non mi è sceso, ce l’ho tutto nell’esofago.”. Non riesco né a parlare né a respirare. Lo rassicuro dicendogli che scenderà, sapendo invece che non scenderà. Arrivo a casa che sono in apnea da quasi un’ora. Poi due. Poi tre. Mia madre dice che preparerà un consommé per star leggero, e si accorge che sono in seria difficoltà. Dico che non voglio cenare, ma figurati se puoi dire a una madre che non vuoi cenare. La faccio contenta e inizio a bere quel brodino ma non scende. Inizio a trangugiare con violenza acqua. Non scende, anzi questa volta rigetto tutto a pressione. Il getto di acqua misto a bario schizza lontano, a circa due metri. È brutto da dire ma tutto quel ben di Dio finisce in faccia ai miei familiari. Continuo a sbavarmi di tutto addosso, sui sedili dell’auto. Arriviamo al Pronto Soccorso. Mio fratello spiega tutto agli infermieri, ma loro non sanno cosa sia l’Acalasia. Chiamano il chirurgo di turno dal reparto gastroenterologico. Intanto arriva mia cugina che lavora lì. Mi mettono su una barella, a fianco degli incidentati stradali. Il chirurgo mi attacca un flebo e tocca la fronte. Mi dice di star calmo, mi chiede se riesco a parlare. Annuisco. Mi fa un’iniezione credo di un calmante. Dice che probabilmente dovrà intubarmi e attaccarmi un respiratore artificiale. Mi fido di lui anche se è molto giovane, perché sembra sappia proprio il fatto suo. Mi dice che sarà un’operazione lunga e fastidiosa. Dovrò rimanere a lungo in gastrolusi (una specie di lavanda gastrica). Da lì, dopo tutta la notte di intubazione, mi sposteranno al reparto. Ho fortissimi dolori interni a causa del tubo. Mi somministrano morfina. I miei occhi continuano a lacrimare per il dolore. Il tubo in gola è dolorisissimo. Rimango oltre 48 intubato: è delirante. Mi somministrano più volte qualcosa tipo morfina. Mi lamento di notte e chiamo le infermiere (solo una scusa perché erano carine!).

Il macchinario della gastrolusi inserisce ininterrottamente un liquido caldo nello stomaco e aspira tutto il sedimento nell’esofago. Il medico viene a trovarmi, dice che è necessario che gli organi interni siano perfettamente puliti per prepararmi all’intervento. Quando mi stubano è già come essere rinato! Chiedo al medico come fosse la situazione. Mi dice che sono molto debilitato, che c’è bisogno di stabilizzare la mia situazione per qualche giorno con delle flebo e che poi faranno ulteriori esami. Insomma, mi rivolteranno come un calzino per 2 giorni di fila. Arriva il giorno del giudizio: vengo depilato e preparato. Con la barella, vengo portato nella zona delle sale operatorie. Mi iniettano il siero anestetico. In pochi secondi perdo conoscenza. L’ultima cosa che ricordo è il medico che mi dice “Forza roccia!”.

L’intervento dura 4 ore circa. Non ci sono complicazioni. Quando mi sveglio il chirurgo è seduto a fianco a me. Mi afferra con la mano un braccio e mi dice “Ciao, sei stato un leone!”.

Vedo in lui uno sguardo soddisfatto, profondo e sicuro. Sa benissimo di avermi salvato la vita.

Rimango sotto osservazione in reparto per 3 giorni, mi dicono che l’intervento è andato bene ma devono assicurarsi che mangiando non ci siano lacerazioni e/o perforazioni della mucosa esofagea.

Rimango in convalescenza a casa per 2 mesi: sono molto debilitato, devo recuperare 20 kg.

Non è uno scherzo mangiare solo macinati e frullati per 1 mese filato. I macinati però scendono bene, per non parlare dei frullati! Dopo un mese inizio a deglutire anche solidi.

Sono rinato, sono ancora vivo! E deglutisco modestamente, considerando il mio lungo iter di diagnosi.

A distanza di circa 10 anni dall’intervento riesco ancora a deglutire abbastanza bene. Sono lievemente peggiorato, ma comunque con un po’ di acqua scende sempre tutto. Il recupero non è totale ma ho una vita regolare. Questa cosa ci tengo a sottolinearla, perché acalasici si rimane per la vita! È per questa ragione che mi ritrovo oggi tra i fondatori di AMAE: per informare, sensibilizzare ed evitare un lungo e sofferto iter, simile al mio, e anche per sostenere la Ricerca medica e un giorno poter dire che acalasici NON lo si è per la vita!